“Parlo con i morti, li evoco e li sento venire, percepisco una loro vicinanza. Zalone? Fa un altro mestiere. Preparo sempre il discorso per l’Oscar, ma non serve mai”: così Pupi Avati

“Parlo con i morti, li evoco e li sento venire, percepisco una loro vicinanza. Zalone? Fa un altro mestiere. Preparo sempre il discorso per l’Oscar, ma non serve mai”: così Pupi Avati


In una lunga e densa intervista rilasciata a Fanpage.it, il regista bolognese traccia quello che lui stesso definisce un “rendiconto”: un bilancio esistenziale prima ancora che artistico, segnato dalla consapevolezza del tempo che scarseggia e da una lucidità disarmante nel giudicare il proprio passato, il cinema contemporaneo e i colleghi. Il regista denuncia quello che definisce un “razzismo estremo” del cinema italiano: un sistema chiuso dove lavorano sempre le stesse poche decine di attori, lasciando migliaia di professionisti “a fissare il telefono in attesa di uno squillo”. A 87 anni, con gli amici di una vita quasi tutti scomparsi e un futuro che “trova una sua difficile collocazione”, Pupi Avati si rifugia nel dialogo con i propri defunti, un’eredità spirituale della parte “occultista” della sua famiglia: “Da adulto quelle esperienze si sono trasformate in un grande legame con tutti i defunti della mia vita, per le persone a me care e a me più vicine.

Author: Redazione FqMagazine


Published at: 2026-02-15 15:23:59

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