In un bianco e nero elegante – come si dice fossero i modi del dottore che decideva con uno sguardo chi fosse destinato alle camere a gas, chi ai lavori e chi ai suoi esperimenti di eugenetica –, il regista russo adatta il libro d’inchiesta del giornalista e scrittore francese Olivier Guez, La scomparsa di Josef Mengele, da cui il film prende il titolo. Serebrennikov ha una regia sicura, originalissima e sperimentale: sa inquadrare un uomo in una stanza spoglia da un corridoio squallido, rendendo l’idea della claustrofobia della mente e della desolazione dell’animo in omaggio al più neorealista, e insieme – in un ossimoro che non stona –, al più psicologico dei film. L’ammirazione che traspare in Limonov non c’è ne La scomparsa di Josef Mengele, dove August Diehl, che lo interpreta, mostra un essere ossessionato dalla pulizia, rabbioso e alcolista, non perché tormentato dal rimorso, ma perché terrorizzato dal Mossad e dalla giustizia internazionale, incredulo di venir privato della rispettabilità dovutagli per i suoi servigi al Terzo Reich.
Author: di Cristina Battocletti
Published at: 2026-01-12 06:12:25
Still want to read the full version? Full article