«Chissà se era questo che intendevano certi francesi quando dicevano che l’arte deve posizionarsi sopra l’abisso» si chiede laconico il bosniaco Nene, che ha ventisette anni nel 1990, nel vedere il suo atelier di artista, installato nel capanno degli attrezzi dei genitori, per metà franato nella scarpata che porta al fiume, dopo una notte di pioggia torrenziale. Tornato senza sapere cosa fare della sua vita, ma ossessionato dalla frase detta qualche tempo innanzi da un amico, il suo insegnante di lettere, che, ubriaco e forse anche per questo più consapevole dei continui sinistri scricchiolii che da mesi annunciavano il gonfiarsi dei nazionalismi su base religiosa e etnica, lo aveva apostrofato rabbioso chiedendogli se tra dieci, venti, o trent’anni «qualcuno saprà che Paese era il nostro? Nene, che mentre arriva l’ultimo gelido inverno prima della fine è tormentato dalla luce del tramonto egiziano in cui immagina si sia ucciso un suo caro amico «come una cornice di felicità impossibile» e che poi, per la prima volta «sente il bisogno di diventare un giovane ottimista seguace di Ante Markovic o di chiunque proponesse un’utopia ampia e pacifica, inve-ce di una trincea buia e mortale dove recitare a memoria le proprie tradizioni in attesa di un proiettile in fronte».
Author: di Lara Ricci
Published at: 2026-02-02 14:21:07
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