“È la prima volta che la guerra coinvolge praticamente tutti 1 Paesi dell’area del Golfo, accomunati dal tragico disagio di dover far passare le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, proprio il braccio di mare che gli iraniani hanno chiuso con imprevedibili conseguenze”, prosegue l’accademico che sposa la teoria del diversivo, per una guerra sulla quale in Congresso Usa – peraltro – non si è ancora espresso e, probabilmente, non lo farà prima di mercoledì. Con le sue uniformi e le sue marce – si legge nel pezzo -, la guerra canalizza il malcontento unendo una popolazione frammentata e indignata contro un nemico esterno, trasformando la giusta rabbia per la violenza, l’oppressione e l’avidità di una classe dominante in unità, eroismo e significato artificiali attraverso la violenza contro “l’altro”. E anche un commento del 28 febbraio sul Guardian a firma di Christopher S Chivvis – esperto statunitense di politica estera e sicurezza nazionale e direttore di American Statecraft Program presso il think tank apartitico statunitense dedicato alla politica estera e alla cooperazione internazionale Carnegie Endowment for International Peace – sottolinea che “la sua escalation (di Trump, ndr) contro l’Iran arriva mentre si trova ad affrontare crescenti pressioni interne per aver attaccato i diritti civili dei cittadini statunitensi a Minneapolis, in un contesto di rinnovata attenzione sui dossier Epstein e a pochi giorni dalla bocciatura da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti della giustificazione legale della sua politica tariffaria globale.
Author: Redazione Esteri
Published at: 2026-03-01 15:33:15
Still want to read the full version? Full article