Ciò accade per giunta in una congiuntura di profonda crisi economica, di isolamento sempre più marcato e soprattutto di esplicite e montanti pressioni internazionali, attestate una volta di più dalla rinnovata promessa di intervento armato da parte di Donald Trump che era stata preceduta da esplicite quanto incaute dichiarazioni – da parte dell’ex segretario di Stato Mike Pompeo, ma anche dallo stesso Mossad su X – circa la rivendicata presenza di agenti israeliani a fianco dei rivoltosi. Sembra tardi anche per la prospettiva di una eventuale “pacificatrice” successione di Khamenei, ormai 86enne: dopo la morte dell’ex presidente principalista Ebrahim Raisi – considerato il più papabile, ed abbastanza in linea con la sua postura – sembrava che i nomi rimasti in lizza potessero essere quelli di due figure diverse, più vicine a quella corrente riformista che aveva perso il suo slancio dopo l’arresto dei leader Mehdi Karroubi e Mir Hossein Mousavi nel 2011: il primo è l’ex presidente Hassan Rouhani, il secondo il 53enne Hassan Khomeini, nipote di Ruhollah, molto vicino proprio a Mousavi. Tuttavia in un paese di 92 milioni di persone, nate e cresciute in un sistema istituzionale tanto autoritario, repressivo, quanto complesso e stratificato, con basi di consenso in alcuni settori della popolazione, e considerando il fatto che al momento non si registrano defezioni tra le forze di sicurezza – uno degli aspetti più importanti nel 1978, con migliaia di coscritti che erano giovani ammiratori di Khomeini e defezionarono in massa, prima che lo Shah disponesse la neutralità dell’Esercito -, le cose potrebbero esser più complicate di quanto non sembrino.
Author: Lorenzo Forlani
Published at: 2026-01-15 06:59:38
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