La forza di queste pagine, asciutte e densissime assieme, è nello sguardo che questo giovane ha verso i tedeschi, sconfitti anche in quanto tutti più o meno colpevoli degli orrori del nazismo, ma pur sempre esseri umani che stanno passando un momento di sofferenze terribile e cui presta ascolto, non stigmatizzandoli e legandoli solo alle responsabilità storiche che si ritrovavano sulle spalle. Quelle con cui Dagerman fa i conti sono, come è stato scritto, macerie fisiche e spirituali, degrado, freddo, malattie e fame, che è come lo interrogassero sulle sue razioni, sulle sue idee, che è pronto a mettere in discussione cercando di dare un resoconto fedele, di riportare la realtà nella sua crudezza, senza preconcetti o parametri ideologici, provando a capire prima di giudicare. Ecco allora, tra l'altro, la farsa, l'ambiguità dei processi di denazificazione ''ridicoli e irritanti'' messi in piedi dagli alleati, alle cui udienze la gente va a assistere come a un teatro nei palazzi di giustizia semi-bombardati ''senza più nemmeno un ricordo di quell'eleganza sadica di cui la giustizia ama circondarsi'', commenta il giovane Dagerman con le sue tendenze anarchiche e crisi depressive davanti a come va il mondo, tanto da suicidarsi a 31 anni nel 1954.
Published at: 2026-02-24 13:26:10
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