La prima, secondo le autorità iraniane, era stata la guerra dei dodici giorni, nella quale l’Iran si era limitato ai citati strikes coordinati, utilizzando missili di vecchia produzione al fine di testare i livelli di saturazione delle difese nemiche; la seconda fase è stata la repressione dei sommovimenti nel Paese dello scorso gennaio, una parte dei quali sono state lette da Teheran come organizzate da Israele (che d’altronde per bocca del Mossad ha rivendicato di avere agenti sul terreno) e dagli Stati Uniti; la terza è quella attuale, con la totale escalation del conflitto, che assume sempre più dei contorni esistenziali. Parallelamente, in termini strettamente operazionali, l’Irgc – oltre a prepararsi anche all’eventualità di una ripresa dei conflitti interni, con l’istituzione di 31 unità autonome ed indipendenti nelle varie province – ha dato il via a una strategia che gli analisti hanno definito “blind, deplete, overwhelm” (accecare, esaurire, sopraffare): “accecare” i centri di comando e controllo ed i radar dei nemici – è il caso ad esempio della distruzione del radar americano FPS132 in Qatar – utilizzando sciami di droni e missili di vecchia produzione ancora all’interno dello stock di Teheran; “esaurire” (sempre mediante armi offensive relativamente economiche) o puntare all’esaurimento dei costosissimi (dai due ai quindici milioni a lancio) missili intercettori della coalizione americana, producendo quindi danni da miliardi di dollari ma spendendone poche decine di migliaia (un drone Shahed costa 20mila dollari, il radar FPS132 che è stato colpito da esso costa 1,1 miliardi); “sopraffare” queste affaticate e numericamente limitate difese con missili più avanzati, come quelli ipersonici. Teheran vuole da un lato – ed in senso lato – estendere i costi della propria irriducibilità di fronte ad una aggressione all’intera regione, animata da alleati di diverso grado di Washington; dall’altro, vuole imporre dei costi bellici insostenibili non solo a Israele e Stati Uniti, ma anche, in un primo momento, agli alleati del Golfo, vista loro cronica dipendenza dal petrolio e – è il caso ad esempio degli Emirati Arabi Uniti, il cui aeroporto di Dubai, colpito, è quello col maggiore traffico internazionale – dal commercio internazionale, ed in un secondo anche all’Europa stessa, che da un interruzione dei traffici che passano per lo stretto di Hormuz ha soltanto da perdere, così come da attacchi a basi come quella francese in Qatar o quella britannica a Cipro.
Author: Lorenzo Forlani
Published at: 2026-03-03 11:42:37
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