A fare scoppiare il caso, costringendo la società giapponese a fare retromarcia, è stata la scelta della location dell’evento, il Santuario di Yasukuni, un luogo di culto shintoista nel centro di Tokyo che rende omaggio alle anime dei caduti di guerra giapponesi, compresi alcuni criminali di guerra. Prima consentendo che il caso montasse sui social network (la Cina esercita un controllo abbastanza stringente su cosa può e non può essere detto sul web) e quindi utilizzando i media statali per trasformare la più o meno spontanea indignazione popolare in una notizia prima, e in un caso politico poi. La vicenda dei Pokemon è solo l’ultimo capitolo di una vicenda iniziata lo scorso novembre, quando la premier giapponese Sanae Takaichi, parlando a braccio in Parlamento, ha detto un’ovvietà che negli ambienti politici e diplomatici giapponesi tutti sussurrano, ma nessuno dice ad alta voce, ovvero che se un’eventuale invasione cinese di Taiwan mettesse a rischio il Giappone, Tokyo interverrebbe.
Author: di Marco Masciaga
Published at: 2026-01-31 11:52:47
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