I capisaldi della dottrina sono: 1) l’ordine stabilito dalla Seconda Guerra mondiale è finito (come ha ribadito Mario Draghi qualche giorno fa) e gli Stati Uniti non sono più il faro e il modello per il mondo libero, forse nemmeno un alleato; 2) le liberal democrazie devono prendere atto di questo senza rinunciare ai loro valori, ma adottando un approccio pragmatico, che prenda molto sul serio i rapporti di forza e riconosca l’inevitabilità di rendersi solidi e indipendenti per non dover sperare nella benevolenza di nessuno; 3) le medie potenze, come il Canada, devono coalizzarsi tra loro con tre obiettivi: evitare una competizione al ribasso, umiliante e alla lunga dannosa, per strappare qualche vantaggio da Trump (mai citato nel discorso, ma ugualmente onnipresente); stabilire accordi a geometria variabile, di varia ambizione a seconda che i partner condividano valori (come Canada, UK e Unione Europea) o solo interessi economici strategici in alcuni settori (dalla Cina al Qatar); infine, diventare insieme una forza grande abbastanza per avere una voce dove conta, poiché “se non sei al tavolo, sei nel menù”, come ha citato efficacemente Carney. Chiunque creda che il mondo libero (espressione che preferisco a “Occidente”) sia tutto fuorché perfetto, a volte anche ipocrita, come lo stesso Carney riconosce parlando del bel tempo a trazione americana che fu, ma che resti in ogni caso un luogo più civile e giusto di quelli dominati dall’autoritarismo, ha accolto le parole di Carney con un misto di sollievo e speranza. Sempre un anno fa Carney accennava anche a quello che sarebbe in seguito diventato il suo invito alle medie potenze liberaldemocratiche (attenzione, non solo UK e UE, ma tutto il G7 tranne gli USA, con l’aggiunta di altri Paesi come quelli del Commonwealth) a unirsi in rapporti di collaborazione particolarmente stretti proprio in ragione della condivisione di valori morali e politici di base.
Author: di Luigi Caranti *
Published at: 2026-02-23 21:30:51
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