Il segretario di Stato non poteva essere più chiaro: “Sapevamo che ci sarebbe stata un’azione israeliana – ha detto parlando con i giornalisti al Congresso Rubio, esponente di quel mondo neo-conservatore che in questo momento sta avendo la meglio sull’approccio Maga, più orientato a tenere concentrata l’attenzione sugli affari interni -, sapevamo che ciò avrebbe provocato un attacco contro le forze americane e sapevamo che se non li avessimo attaccati preventivamente prima che lanciassero quegli attacchi, noi avremmo sofferto perdite maggiori”. Il 27 febbraio, poche ore prima che iniziasse l’attacco, il ministro degli Esteri di Muscat Sayyid Badr Albusaidi era stato a Washington da JD Vance per annunciare che gli ayatollah avevano accettato di smantellare le scorte di uranio arricchito e un nuovo round di colloqui si sarebbe tenuto questa settimana. Anche allora l’amministrazione Trump era nel pieno delle trattative con Teheran: i negoziati avviati ad aprile procedevano a rilento – il 9 il regime aveva rifiutato la proposta di Steve Witkoff e annunciato una “controproposta” – ma il 6° round di colloqui era già fissato per il 15 giugno in Oman.
Author: Marco Pasciuti
Published at: 2026-03-03 16:28:00
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